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Journal 1 Giu 2026 · 4 min de lecture

Di fotografia e di altri crimini

La prefazione di un essay che non verdà mai la luce

L’oblò della lavatrice a gettoni che gira.
Il ronzio delle macchine, delle luci ancora al neon e l’odore riempiono sia lo spazio che il tempo di attesa.
Trenta minuti che sembrano un’eternità, tra sigarette fumate e scrollate quasi inconsapevoli sul telefono leggendo notizie, sbirciando profili e completando l’ennesimo sudoku, naturalmente in modalità principiante perché diciamocelo, piace un po’ a tutti vincere e farlo senza troppo sforzo rende tutto più bello nella sua semplicità.

La notifica, il banner, il tap per aprire la regolare, come la morte, notifica “Esattamente un’anno fa” di Google che ti propina foto di ricordi che forse non desideri così tanto riportare alla memoria.
Tappi, aspetti, si apre e ti sbatte davanti la fotografia, sempre la solita, sempre la medesima angolazione e inquadratura del contatore dell’acqua.

Quel “coso”, si coso perché come lo definireste voi? 
Uno strumento?
Un apparato?
Un dispositivo?

Un coso fatto a guisa di appendice bulbosa del tubo che da fuori ti porta l’acqua in casa a tutti i tuoi rubinetti e con le sue ruzzole numerate e minuscoli (inutili allo scopo) contatori ad ago che ti dice e ti informa su quanta acqua, in rigorosi e precisissimi metri cubi, hai consumato.

La medesima foto, del medesimo oggetto.

Messo in una posizione così scomoda e irraggiungibile che negli anni ho escogitato una tecnica infallibile per leggere quei numeri e scriverli sul post-it che regolarmente, ogni volta, attacco alla porta di casa affinché il messo lettore possa segnare sulla sua scheda e farmi arrivare, di lì a poco, il conto da pagare sotto forma di bollettino postale.
La tecnica è semplice: spengo il flash (che altrimenti il vetro abbaglierebbe tutta l’immagine rendendomi impossibile leggere quei famigerati numeri sbiaditi), mi appoggio con il bordo dello smartphone sul tubo che corre lì vicino, e con il pollice premo il pulsante e attendo quei secondi affinché la videocamere faccia il suo dovere, ricostruisca l’immagine nitida a discapito dell’oscurità che la circondava e me la presenti bella e precisa per poter scrivere il numero che servirà (nello specifico, per amor di precisione, 6065 ovvero l’ultimo trascritto).

Regolarmente, sempre, ogni maledetta volta ci casco.

Scatto questa foto utile solo per uno scopo, immediato e momentaneo, per rimanere lì nella galleria e regolarmente, sempre, ogni volta innesca quel trigger per quella notifica, sempre uguale e monontona.
Non la cancello, vuoi per la fretta (è un gesto che compio 10 minuti prima di uscire di casa il giorno della “lettura”) vuoi per l’abitudine di scattare, prendere e mettere via, in quella memoria e galleria che sembra non finire mai lo spazio messoci a disposizione.

Guardando ogni volta questa stessa foto, tratto in inganno dalla compulsività di leggere quell’avviso che appare con quel ding che lo accompagna, mi sono sentito, direi, strano nel metabolizzare che quella fotografia sempre uguale e sempre con lo stesso soggetto e inquadratura (e diciamo pure color grading e esposizione) era sempre uguale, sempre la stessa ma al contempo sempre diversa.
Unica.

L’unicità stava proprio in quei numeri che non erano mai stati uguali e difficilmente, in una vita vissuta (mia o del contatore, poco importa) non avrei mai visto ripetersi una seconda volta quella stessa combinazione di numeri neri e lancette rosse.

Ogni volta che ho guardato quella fotografia quei dettagli erano ed erano stati diversi, così come la data che accompagnava il ricordo notificato. Il tempo faceva la differenza, il momento, l’esatto essere di quell’oggetto in quel preciso istante faceva di quell’immagine quella e quella soltanto.

Non è come un orologio, uno di quelli vecchi a lancette.
Non è come fotografare uno di quelli in un preciso istante.

Ogni giorno, sempre, ogni settimana, mese e anno almeno per due volte ti illude di rappresentare quel preciso istante anche se nella realtà non lo è.

un quadrante di orologio analogico arancione, con le lancette nere, su una parete completamente bianca anche se materica. Indica un'ora ben precisa: le 7:34:29. Non è dato sapere se sia mattina o sera visto che la fonte di luce è sicuramente artificiale.

Mi son trovato a guardarmi intorno, in quella lavanderia automatica, dalle pareti con piastrelle metro bianche a azzurre. Ho guardato gli oblò delle lavatrici e delle asciugatrici che giravano.
Compivano sempre lo stesso movimento, imperterrite e imperiture.
Descrivevano sempre lo stesso tracciato nello spazio dandoti la sensazione di una ripetitività imprescindibile ma mutata e ogni volta sempre diversa per colpa del loro contenuto che non era mai e mai sarebbe stato nella medesima posizione e disposizione.

Torniamo al contatore e alla sua rappresentazione digitale archiviata sul mio dispositivo e dispersa in bit in chissà quale altra parte del globo.
Inconsciamente ma con una regolarità quasi maniacale del sistema (e diciamocelo sinceramente, anche dell’addetto che viene a prendere le letture) vedere quell’immagine sempre uguale ma sempre diversa per mesi e anni credo che mi abbia portato a pensare.

Non un pensiero logico, lineare e razionale: un qualcosa di più simile a un dubbio che corrode le certezze, subdolo e silenzioso, come la brace che resta dopo un fuoco.
Probabilmente devo essere passato lì vicino con uno straccio sventolante imbevuto di benzina e penzolante da una bottiglia.
Forse.
Non saprei.

O semplicemente non ricordo o non me ne sono accorto.

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